Introduzione alle missioni umanitarie

Abbiamo visto come il ridere sia situato spesso a cavallo tra la morte e la vita,

tra il mistero e l’esistenza, al confine ultimo possibile.

Abbiamo esaminato uno dei luoghi limite della nostra società, i reparti oncologici ed oncoematologici e

quale deve essere la sana ed utile relazione tra la famiglia, i piccoli ammalati e l’equipe dei Clown Dottori.

  

QUANDO SI SCATENA LA PAURA

Al limite dell’umano sono pure le catastrofi naturali e le guerre, situazioni in cui si scatenano con estrema virulenza energie ed emozioni pesantemente negative.
La paura è qui, se possibile, ancor più primaria, si muta in terrore e può divenire inguaribile.
Vi sono differenze tra gli eventi catastrofici naturali e quelli creati ad arte dagli uomini.
Nelle inondazioni o nei terremoti la furia distruttrice della natura appare come arcana ed ineluttabile
(anche se spesso la morte che causano è dovuta all’imperizia, all’avidità, alla miseria dell’animo di certi uomini).
I sentimenti che la paura scatena sono qui il terrore, l’annichilimento, il senso della perdita dell’identità, la disperazione, l’insicurezza.
Il terrore resta appiccicato addosso come una seconda pelle e si manifesta nei modi più disparati: non si dorme più, si trema assieme alla terra, ci si ammutolisce; i bambini possono divenire abulici, non più propensi al gioco o, al contrario, iperattivi . I più piccoli tra essi non sanno dare una spiegazione ai tanti aspetti deleteri di queste situazioni e stentano ad adattarsi. I più grandi di età, addirittura ne possono restare affascinati, poiché nulla è più ordinario nella loro vita: assistono al rutilante mondo degli aiuti umanitari, delle divise sgargianti o militari, dei mezzi speciali, delle telecamere, dell’opulenza degli aiuti (giocattoli, dolci) che arrivano da tutte le parti.
Eppure anch’essi hanno bisogno di rielaborare.
Altra categoria molto colpita sono gli anziani, che vedono minacciata la loro vita, un po’ più fragile, anche al di là dell’evento catastrofico, a causa degli “strapazzi” conseguenti.
Ma anche gli adulti, fetta della popolazione cui si affida il buon funzionamento della società stessa, traballano vistosamente: il senso della perdita dell’identità si ha quando, davanti al proprio paese distrutto, l’adulto si trova senza territorio; davanti alla propria casa devastata, senza tana.
Da studi sullo stress, ma anche in modo del tutto intuitivo, si apprende che la perdita del territorio e/o della tana sono elementi fortissimamente stressogeni, in grado di alterare profondamente l’equilibrio psicofisico e quindi aprire la strada anche ad altre malattie, come ad esempio le cardiopatie.
I conseguenti sfollamenti, i ricoveri di fortuna, il freddo e le intemperie sempre in agguato aggiungono angoscia all’angoscia, insicurezza all’incertezza.
Se si accerta poi che l’uomo ha favorito la distruzione della natura, anche la rabbia impone il suo tributo. Ci si sente ingannati, vilipesi colpiti anche da coloro che avrebbero dovuto tutelarci.
 
Se l’evento catastrofico è la guerra, poi, a tutte queste emozioni fortissimamente negative si aggiunge l’odio omicida verso chi bombarda e al contempo si giustifica la violenza della propria parte.
Nella guerra, la donna è vittima primaria ed al contempo risorsa ultima. Le scene di stupro razziale appartengono ai peggiori scenari che si possano evocare, eppure, con gli uomini al fronte le donne assumono nuovi ruoli sociali, economici, di potere all’interno delle famiglie.
 
In questo generale affresco tragico, come può la mite figura del clown – che lavora per tutte queste persone, a prescindere dalle età e nazionalità- assumere un ruolo coerente con sé stessa, non stridente con il contesto, non imposto aprioristicamente e che sia utile a mitigare le ferite e le pene?
 
 
intro missioni
MISSIONI UMANITARIE CLOWN
 
Negli ultimi dieci anni, da quando, cioè, nelle società occidentali si è stabilizzatala figura del clown impiegato nei contesti sociosanitari, le missioni umanitarie tarate sulle possibilità positive dei clown dottori sono state moltissime.
Alcune si sono sviluppate in aree di aperto conflitto (Afghanistan, Palestina), altre “semplicemente” erano dirette nel terzo mondo e nell’arcipelago delle nazioni post comuniste (Capoverde, India, Croazia, Repubbliche ex Sovietiche). Tutte hanno in comune il messaggio di pace e di speranza che la figura intrinsecamente disarmata, appunto il clown, è in grado di testimoniare.
Diplomazia del naso rosso la definì felicemente Patch Adams.
Queste missioni hanno in comune l’intenzione di praticare iniezioni di buone emozioni in luoghi dove la stessa vita è incerta. Certo l’efficacia di queste iniezioni sta nella continuità che si riesce a dare agli interventi di salute sociale, perché in queste situazioni non è difficile che l’occidentale si esalti nella figura del buon samaritano e le popolazioni ed i bambini raggiunti dal loro lavoro, godano solo di uno spot, utile ed amorevole, ma pur sempre uno spot.
Questo dipende dagli obbiettivi generali, oppure dalle modalità operative, dalla continuità, oppure dalle reali possibilità sul campo.
A volte la ricaduta di queste missioni è in loco, altre volte il messaggio positivo si sviluppa nelle società di partenza.
Emblematiche, di queste diverse ricadute, le missioni organizzate dall’Associazione Ridere per Vivere: del primo tipo quella alle Isole del Capoverde ( 2005-06), dove i Clown Dottori – oltre al loro classico intervento nei contesti sociosanitari, hanno operato formazione ed aperto reali possibilità ad alcuni giovani capoverdiani, uno dei quali ha poi avuto la possibilità di perfezionarsi negli Stati Uniti.
Del secondo tipo quella in Afghanistan (2002) , con la partecipazione di Patch Adams (dalla quale lo splendido film documento, Clownin’ Kabul, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia).
A Kabul è stato impossibile tornare, dopo quei due mesi così intensi, per realizzare quello che nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere un percorso culturale e formativo verso la fusione, in senso sociosanitario, della figura del clown occidentale con il Mullah Nassrudin (la figura comica dell’area islamica).
La potenza evocatrice del film di Moser e Balestrieri è stata però utilissima nel mondo occidentale come forte messaggio contro la guerra e come trailer per lo sviluppo del movimento della comicoterapia e della miriade di associazioni che oggi la praticano.
In Palestina, addirittura, un clown ha pagato con la vita la sua testimonianza di figura intrinsecamente disarmata .Si chiamava Shaadi ed operava, nei campi profughi con i bambini traumatizzati dalla guerra…Fu freddato da un cecchino, mentre sfilava per le strade di Gaza con il suo abito Clown alla manifestazione pacifica indetta per chiedere la fine delle violenze tra Hamas e Fatah.
 
 
intro terremotoL’EMERGENZA TERREMOTO
 
Come purtroppo tutti sanno l’Italia è un paese altamente instabile dal punto di vista geologico. Negli ultimi trent’anni i terremoti con vittime sono stati estremamente frequenti (Friuli 1976, Irpinia 1980, Umbria-Marche 1997, Molise 2003, Abruzzo 2009).
Mentre scriviamo è in pieno sviluppo la missione della FNC (Federazione Nazionale dei Clown Dottori) nell’Abruzzo sfigurato dal sisma del 6 aprile 2009.
 
Quando la terra si muove trascina con sé le vite di migliaia di persone. Ai primi momenti di puro terrore si susseguono i giorni della ricerca dei sopravvissuti o dei defunti… E’ un tempo sospeso, come sono sospese le anime dei molti che, davanti alla propria casa crollata sanno che un congiunto è sotto le macerie. E’ un non-tempo che vive di sue precise ritualità: il numero delle vittime accertate che sale mentre quello dei dispersi scende. La speranza è sentimento forte, perché ci sono sempre persone vive che anche a distanza di giorni vengono soccorse.
Poi, quando tutto si è un po’ assestato c’è il tempo del dolore, quello dei funerali, della pietà e del cordoglio nazionale.
 
Se nelle situazioni ospedaliere estreme il clown dottore è presente ed attivo nell’accompagnamento alla morte, questa sua coerenza nell’agire gli è data dalla stretta relazione con la famiglia del bambino che trapassa.
Diversi devono essere, a nostro avviso, i tempi di impiego dei clown dottori nella catastrofe collettiva.
Così come in ospedale egli, l’amico più caro, ha assoluta legittimità ad operare, qui, sconosciuto a tutti, se interviene in modo troppo anticipato, rischia di produrre effetti controproducenti sia verso i destinatari che verso l’operatore stesso.
Ed in effetti è innegabile che ci sono momenti in cui non c’è niente da ridere, in cui bisogna solo tacere ( e scavare, se serve), mantenere un profilo molto basso, togliere il naso rosso, essere soccorritore tra i soccorritori, tanto chi è veramente clown lo è nell’anima e non nella manifestazione esteriore di un costume e di un trucco.
 
 
COME SI PUÒ INTERVENIRE
 
Nell’emergenza i tempi dell’intervento ne determinano l’utilità e l’efficacia.
Del resto il tempismo è una delle caratteristiche fondamentali della figura del clown, sia nell’arena del circo che nell’improvvisazione ospedaliera. Il tempo comico è un concetto fantasiosamente matematico, preciso e inspiegabile assieme. Un clown non può sbagliare i tempi del suo lavoro e neanche le pause…
 
E infatti c’è un tempo per giungere nelle aree colpite dal cataclisma ed iniziare ad operare (che individuiamo nella fine del rito dei funerali) e ci sono anche un moto dell’anima ed una consapevolezza per agire.
Il primo è quell’afflato di umanità che caratterizza il soccorritore vero, quello che crede nel servizio ed immette amore nella sua pratica tecnica.
La seconda è la coscienza di essere solo uno strumento perché l’altro abbia sollievo dal baratro in cui è precipitato.
Si badi che non si tratta di meri concetti etici, magari residui di pensiero scoutistico o di buonismo…
L’habitus mentale che si assume, se davvero si aderisce a questi valori, determina immediatamente il modo della relazione, se autentica oppure mediata dal tecnicismo: la giusta energia, la postura e la variabilità del volume del corpo, il tono della voce, la prossemica, cioè la comunicazione vera e da ultimo anche la scelta delle parole… Si chiama l’altro ad una relazione autentica e la risposta sarà senz’altro positiva e quindi utile.
…..
Se nella tenda accanto si ride e si scherza, può capitare che, nella seguente, una donna affronti i clown a muso duro. “Qua non c’è niente da ridere !!”… E allora Piperita si ferma, si cheta , aiuta la signora a districarsi da una sedia pieghevole, si mette in ascolto di quel fiume di dolore e preoccupazione… e dopo poco eccola lì a sghignazzare, ha trovato il modo, guidata dal clown, di sputare un po’ di paura… ( 1 )
 
Il primo tipo di intervento è proprio quello di combattere la paura.
Questo lo si può fare solo con estrema delicatezza e pazienza., in ogni relazione che il Clown dottore istaura con la persona colpita (in una fila per la distribuzione di viveri, piuttosto che nell’ambito di un’operazione di censimento…).
 
Con leggerezza, quasi svolazzando dentro i loro camici variopinti, sembrano buffi pellicani, con il gozzo ripieno di saggia idiozia, pronti a dispensarla tra i corridoi delle lunghe file di tende azzurre, negli spiazzi di ghiaia, nei tendoni odorosi di zuppa di lenticchie…
 
E’ importante che il clown, si mostri per quel che è, lo scemo del villaggio, e faccia morbidamente cogliere gli elementi incongrui delle situazioni, le distonie degli altri clown.
Nella relazione si può partire dal saluto (come è incongruo e divertente sentirsi salutati, a mezzogiorno, con un bel buonanotte ! ), oppure dal nome dell’interlocutore, oppure dalla sua barba o dai suoi occhi. Il rapporto parte proprio da un guardarsi negli occhi, momento intenso di condivisione animica.
Se si riesce a far sorridere e ridere, anche solo per un attimo, si sono già attivati questi due stati psicosomatici che automaticamente incidono sulla paura, sulle sue manifestazioni fisiche, anche mediante il piacere - piccolo o grande , a seconda dell’intensità del fenomeno - che si prova aprendo il cuore al riso ed al sorriso, appunto.
 
Al momento in cui le persone colpite dall’evento hanno trovato una prima sistemazione logistica, il loro stato psicologico sembra mutare. E’ qui che con la dovuta chiarezza realizzano la propria nuova situazione: terremotato o alluvionato. E’ solo ora, nella tenda della protezione civile, che si rendono conto del fatto di non avere più le stesse occupazioni di prima, di essere padroni di un tempo dilatato, di orari non più autogestiti, di un dover ricominciare tutto da capo. Lo stress potente finora provato (che però aveva consentito una certa “tenuta”) muta in una forte depressione, in un calo del tono psicofisico.
c’è la storia del cinquantenne acculturato, che seguendo i clown passo passo spara fantastiche battute e se ne scusa… quasi imbarazzato dal far ridere tutti i presenti. Di rubare il mestiere.
 
Poi si fa serio, diventa terremotato e prendendo sottobraccio Divago gli racconta del suo pesce rosso… Scossa tremenda, lui e la famiglia salvi per miracolo, escono sputando polvere, fantasmi di calce e detriti… Poi lui si ricorda del pesce, uno di quelli comuni, rosso, ancora vivo…”Sbatteva la coda, capisci ?” E allora lo riprende lo mette in un po’ d’acqua rimediata chissà come, lo rimette nella vaschetta, è vivo ! “… e ora è là, messo accanto alla casa, nella vaschetta, ma non c’è nessuno che gli porti mangiare… Si commuove e piange, poi spara una battuta…
 
Il pianto ed il riso.
 
Qui il lavoro dei clown dottori ha un duplice scopo.
Da un lato quello di ri-creare la comunità, fungendo da tramite, facendo legare assieme, nelle emozioni positive, le persone coinvolte in una forzata convivenza. Si individuano le persone (anche bambini) che reagiscono meglio, quelle di indole più gioviale, le si potenzia, si cerca di farne ancoraggi viventi all’interno del tessuto della tendopoli.
 
Girina entra in una tenda, trova uno che le fa:” Allora, dottoressa, sarebbero du fiori e un cagnolino…. Senza confezione, grazie ! “

Dall’altra parte si esercita l’ascolto empatico.
Moltissime, tra le persone colpite, dopo molti giorni, non hanno raccontato a nessuno il loro vissuto. Si sono tenute per sé le lacrime vere, non quelle versate della prima disperazione, ma quelle trattenute che guardano al fosco futuro.
Vedono in quel buffo giovanotto o in quella paffutella trentenne tutti colorati, già in stretta relazione con loro, la persona più adatta per raccontare. Sono fiumi in piena o rigagnoli smozzicati queste storie che non possono non commuovere e centuplicare - in effetti invano - la voglia di essere utili in tanta miseria.
 
 
LA SPUGNA DI MALANNI
 
Campo di Piazza d’Armi . Tenda 69. Una signora anziana accoglie il volontario dell’Unitalsi con indicibili parolacce e lo caccia…. Il malcapitato sa che può rivolgersi al clown dottore… arrivano Girina e Pastrocchio. Trovano l’anziana a letto, coperta fino all’inverosimile, con strati e strati di maglie, una corazza di lana, ma non contro il freddo…
 
Inizia a snocciolare ai nostri un lunghissimo elenco di malanni, ha bisogno di una medicina per lo stomaco… Pastrocchio si attiva per cercare il farmaco e Girina comincia un altro tipo di terapia… Ha notato che alla fine dell’elenco dei malanni la signora – Adele - si è seduta sul bordo del letto. E’ un atteggiamento posturale da non sottovalutare: significa timida apertura, non è più allettata… Girina le propone, nell’attesa dell’arrivo della medicina, un gioco… Tira fuori le palline di spugna magica, quelle che, se strette, si moltiplicano in pugno, e coinvolge Adele nel nominare ogni pallina “nuova” con il nome di un acciacco…Una pallina il mal di schiena, una seconda il mal di gambe, una terza la diarrea… Come si sa, questa provoca disidratazione… Ma Adele non beve da giorni, si capisce dalle bottigliette d’acqua, sigillate, che si accumulano accanto al letto… Alla fine delle palline Girina apre una bottiglia e glie la porge… Adele ne beve due, un litro d’acqua in un attimo… Arriva Pastrocchio, c’è il farmaco. Lascano Adele seduta sulla soglia della tenda… Sta meglio.
 
E’ questa anche la fase più delicata per le emozioni del clown dottore. Qui l’attenta formazione e le tecniche di scarico/ricarica energetica (che ogni operatore dell’emergenza dovrebbe conoscere) supportano la delicata operazione.
I vissuti dei disastrati vengono rovesciati come in un bidone dei rifiuti, il clown, che a sua volta ha bisogno di una discarica.
Se volessimo riagganciarci alla visione del Clown come ultimo degli ultimi (vedi pag…) , potremmo dire che questo scarico avviene proprio nel posto giusto, il posto/ruolo più basso nella scala sociale.
 
 
QUALCHE TUTELA
 
Per tutelare gli operatori da questo immagazzinamento di stress altrui si fanno riunioni serali, sotto forma di libera condivisione in cerchio, che servono proprio da discarica.
Del resto è opportuno che i turni di presenza nelle aree disastrate non siano troppo lunghi (cinque/sei giorni). Anche così l’esperienza dell’emergenza segna le persone / clown almeno e forse più di tutti gli altri soccorritori.
Nei giorni seguenti i cataclismi c’è anche un senso di reazione positivo da parte della comunità colpita.
Abbiamo ascoltato alcune signore che riflettevano ironicamente come solo nella tragedia la gente di città diventa solidale, si trova il tempo per farsi una briscola, ci si parla, finalmente…
Questo avviene immediatamente nei piccoli centri e tra le comunità straniere, ma stenta a realizzarsi, con effetti deleteri, nelle città. Anche l’organizzazione dei campi ha molta influenza sul rafforzarsi o l’ indebolirsi del senso di comunità.
Ci sono differenze molto nette tra come si interviene in campi nei quali la comunità si rianima, rispetto a quelli in cui gli sfollati hanno provenienze diverse.
Nei primi si lubrifica la macchina sociale, si organizzano eventi, si offre formazione ai giovani ed ai ragazzi, gioco protetto per i più piccoli. Nei secondi non si smette di ascoltare e creare relazioni.
Se poi l’organizzazione del campo è rigida, non vengono mobilitate le risorse degli ospiti stessi, si regolamenta completamente tutto ed, in ultima analisi, si opta per il solo soddisfacimento dei bisogni materiali, allora il clown dottore è fondamentale e si svolge nell’instancabile tessitura di nuove relazioni.
Le comunità straniere, già abituate all’aiuto reciproco, al sentirsi nazional/linguistico, in particolare le più aperte, quelle latine, nelle catastrofi sembrano avere meno problemi.
 
Ci sono Filippini, Rumeni, Ucraini, Peruviani… Strettissimi gli uni agli altri, più abituati alla frugalità, più abituati ad aiutarsi…sorridenti… Resterà per sempre nella memoria di Pannocchia la macarena multietnica, con gli abruzzesi di contorno.
 
La terza fase dell’intervento dovrebbe prevedere la progettazione e la realizzazione di attività che abbiano come scopo la realizzazione della comunità che cura, con lo scambio inter-generazionale ed inter-etnico, la libera espressione creativa, l’accoglienza di tutti. Una rete di protezione che vede come protagoniste le persone e le realtà locali, magari sollecitate a dovere dai clown/creatori di comunità. Questa rete di protezione può tenere, in futuro, anche a lungo.
 
 
GLI ALTRI COMPITI DEL CLOWN DOTTORE
 
Gli piovono addosso come fosse davvero una spugna: Egli è ormai l’amico fidato di tutti, innocuo e servizievole, veloce e furbo, capace di ottenere là dove gli altri non arrivano.
E’ la fiducia che emana (scemo ma buono) ad esporlo a mille richieste piccole ma spesso estremamente significative ed importanti… in pochi giorni si diventa fattorini, informatori, topografi, messaggeri, aggiratori di burocrazie, organizzatori di compleanni, factotum, simili a quegli strani personaggi del cinema cui il regista esigente può chiedere un alligatore entro un’ora, e glie lo portano…. Il clown è’ un anarchico estremamente organizzato.
 
Pannocchia ha provato uno stupore più grande quando Marcello, con cui il giorno avanti aveva riso e scherzato, le si para davanti e serio serio le chiede se può aiutarlo a ritrovare il fratello.
 
La battuta su “ Chi l’ha visto” passa nel cervello di Pannocchia in un lampo, ma non la esprime, si fa seria e chiede ulteriori notizie. Il fatto è che di Antonio, uomo con problemi psichiatrici non si sa più nulla…. Pannocchia riesce, tramite i contatti giusti, a capire che Antonio è ricoverato ad Avezzano… Marcello piange, ma almeno sa.
 
Vi chiederete perché il clown si stupiva della richiesta…
 
Ma voi, per avere notizie di un congiunto disperso, lo chiedereste al primo clown (ancorchè dottore) che passa per strada ?
 
Contrastare la paura e ri-creare socialità è dunque il principale lavoro dei Clown Dottori nell’emergenza: si semina amore e senso di comunità .
 
Lo testimoniano due giornaliste di Vita, un periodico che si occupa di sociale, che seguono distrattamente i nostri… sembra vogliano intervistarli, poi accennano a qualche domanda… Zurla è un fiume in piena, la devono fermare…ci scappano 4 articoli… Poi dalle tasche della giornalista spunta una busta, è la raccolta di soldi della redazione intera… Vogliamo darli a voi, qua dentro siete i più utili ( naturalmente l’abbiamo spedita alla posta a fare un bonifico… ma… che orgoglio!)
 
Ecco la trappola… davanti a questi (legittimi) sentimenti piace sottolineare il valore dell’umiltà…siamo solo clown, persone che si mascherano per smascherarsi e stare in apertura… solo questo.
 
I vecchietti, le bambine, i papà, le zie, le figlie… hanno solo bisogno di questo… aprirsi a loro volta, buttar fuori i calcinacci del panico, la polvere del timore, i detriti dell’anima… quella polvere, quei calcinacci, quei detriti che sono ora le loro case : il passato che si cancella.
 
 
IL CORRIDOIO DELLE BOLLE DI SAPONE
 
C’è un punto, nel campo che, chissà perché vede l’aria incanalarsi e provocare un vento quasi continuo… Se uno estrae il cerchio dal tubo del sapone e lo alza, si formano automaticamente centinaia di bolle che – per una strana alchimia dell’umidità dell’aria- non scoppiano…
 
Così il buon Angelo, ragazzo degli anni venti, si ferma a guardare il rutilante, dolce, poetico effetto delle bolle, i bambini che le acchiappano e lui, gobbetto e fragile, magicamente colpito proprio adesso da un raggio di sole, esulta felice… i vecchi occhi di azzurro intenso non sanno se piangere o ridere… Infine si mette anche lui ad acchiappare le bolle….sembra proprio un bambino.
 
 
1. NDR
Le parti in corsivo sono tratte dai diari di missione dell’autore e di altri clown dottori.
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