Carceri

Clown Dottori negli Istituti di Pena
 
Il clown dottore, nel suo essere figura di limite, ha operato anche nelle prigioni. Qui il fenomeno del riso sembra, ad un primo sguardo, ancora meno opportuno che non nell’ospedale. L’Istituzione Totale Carcere, reca con sé portati di paura, tristezza, desolazione, violenza difficilmente immaginabili.
 
Un laboratorio precursore
Alcuni anni fa la sociologa Marianella Sclavi, ebbe a condurre in carcere un laboratorio di umorismo, dal quale scaturì il bel volume “Ridere dentro”. Per lo più si restò sul piano dell’umorismo verbale ma il lavoro ebbe l’ottima caratteristica di avere stanato il senso del comico (le incongruità, le stranezze, le assurdità) di cui questa istituzione è piena.
 
Ridere dentro
Dal 2003 nel carcere di massima sicurezza di Modena l’Associazione.Quanto apparente stridore tra le alte mura grigie del carcere, le torrette dai vetri blindati, le sbarre fitte fitte, i volti rassegnati e duri degli agenti di custodia, i cortili glacialmente spogli, l’odore del chiuso e lo squillare argentino improvviso di una risata femminile… È la dottoressa Trilly che fa la svampita…
I reclusi non credono ai loro occhi, occhi per lo più tristi, segnati, venati di rosso.
Nessuno aveva mai pensato, però, di portare il Clown Dottore all’interno di un carcere.
 
Rieducare i sentimenti
L’obbiettivo del progetto “Peter Pan”, come venne denominato dalla committenza del carcere, era favorire, tra i detenuti con bambini, una sorta di rieducazione all’affettività.
Infatti era sentito come un grande problema l’ enorme difficoltà che incontravano questi padri, rinchiusi nel 5° braccio, quello per i detenuti mafiosi, nei confronti dei loro figli e, in minor misura, delle loro mogli in visita.
“ …mio figlio non mi vuole più bene, perché si è rifiutato di darmi un bacio”…
 
Il fenomeno dell’anaffettività è una evidente conseguenza delle lunghe separazioni tra i padri ed i figli, anche molto piccoli, delle condizioni psicologiche in cui versano i detenuti ed anche del loro aspetto esteriore, quanto più possibile spigoloso e atto ad incutere timore, corpi segnati dai travagli, spesso dall’alcol e dalle tossicodipendenze, dalle storie tragiche incise direttamente sulla pelle (tatuaggi).
La scommessa era usare il Clown Dottore (nella sua veste informale, senza camice) come elemento di mediazione tra il bambino ed un genitore che “non esercita”, che non c’è mai… e come sdrammatizzazione dei vissuti, proposta di un modo altro di considerare i legami e le relazioni.
Dopo un periodo di quasi due mesi, durante il quale, mediante gli esercizi di comicoterapia attiva e quelli di improvvisazione teatrale, proposti principalmente dalla dott. Trilly e dalla dott. Yò Yò, si riuscì a mettere in gioco il corpo dei partecipanti, quel corpo “pauroso” che diveniva espressivo, che adesso osava giocare…
Il termine “osare” non è affatto troppo forte. Il gioco di mettersi in gioco è quasi impensabile “in una realtà che esclude e che reprime ogni giorno questo tipo di esperienza. Essere ironici e ridicolizzarsi non è per niente facile, soprattutto in un ambiente coercitivo e repressivo. In carcere infatti i detenuti sono indotti a doversi sempre mostrare all’altezza della situazione, senza mai rivelare le proprie debolezze: in questo contesto l’apparenza risulta spesso fondamentale, sicché mostrarsi agli altri detenuti in movenze o con espressioni ridicole può risultare ancora più difficile che nel mondo esterno. In sostanza infatti, alla base dell’atteggiamento ironico sta la presa di distanza da una situazione, il ché nel caso specifico significa anche abbandonare il ruolo sociale all’interno del quale si è calati, o nel quale si ritiene che le persone intorno a noi ci identifichino. In un ambiente come il carcere, caratterizzato da ruoli e gerarchie molto rigide, assumere un atteggiamento ironico comporta quindi un vero e proprio sovvertimento dell’ordine costituito”128.
…un’operazione parecchio rischiosa.
 
Il lavoro preliminare ha avuto successo, poiché gli incontri familiari furono trasformati, sia dalla presenza dei Clown Dottori, che dalle nuove abilità dei detenuti, in vere e proprie feste.
Se il progetto educativo in effetti è terminato, dura ancora la presenza di mediazione dei Clown Dottori nell’ambito di questi incontri.
 
Il clown in galera!
La Casa lavoro di Castelfranco Emilia è un carcere a tutti gli effetti, denominato così in quanto al suo interno i detenuti (divisi in due categorie, quelli con reati leggeri e quelli che stanno per concludere un lungo periodo di detenzione) fanno lavori agricoli.
Apparentemente, dunque, un luogo migliore del 5° braccio di Modena, in realtà (cioè nelle relazioni umane) sempre carcere. Qui alle nostre Clown Dottoresse venne chiesto, soprattutto dall’istituzione scolastica interna, di tenere un progetto teso a contribuire al miglioramento delle relazioni ed alla riabilitazione dei circa venti partecipanti al laboratorio.
Venne scelta anche qui una metodologia mista tra comicoterapia, clowneria ed improvvisazione teatrale.
Lavorare in carcere consiste anche nel misurarsi con problematiche accessorie di varia natura: scarsa attenzione ed applicazione dei partecipanti, stanchezza, eterogeneità del gruppo, conflittualità, problemi psicologici, problemi con la droga e soprattutto situazioni familiari molto difficili. “… si aggiunga il fatto che le guardie non potevano lasciarli incustoditi e quindi la loro presenza era spesso fonte di inibizione per quello che andavano a fare. Non bisogna dimenticare l’inevitabile conflittualità che esiste (tra le due componenti del carcere): molte volte siamo stati testimoni di scontri accesi. Tutte queste varianti non potevano non essere tenute in considerazione, non solo perché influenzavano il nostro operato ma perché era indispensabile conoscerle.
Solo conoscendole infatti potevamo creare un rapporto di dialogo e scambio con il gruppo e soprattutto solo conoscendole potevamo costruire un percorso che tenesse conto della loro complessità”.
Non aiutava le nostre neanche il fatto di essere donne e per di più giovani, in un ambiente completamente maschile.
La prima fase della costruzione del gruppo e della “fiducia” è stata senz’altro la più dura. Toccarsi senza far scaturire la violenza, anche se scherzosa, e poi fidarsi sono azioni e sentimenti assai divergenti dalla normale vita carceraria.
 
 
Per merito di tre palline…
La svolta c’è stata con l’introduzione della giocoleria129, che si tradusse nello “stimolare attraverso il gioco la coordinazione corporea, la concentrazione, l’ascolto e creare delle dinamiche positive all’interno del gruppo”.
Dopo una reticenza iniziale, dovuta soprattutto alla paura di non farcela e di non sentirsi in grado e quindi di riuscire in queste attività, l’esperienza in questa fase del percorso è stata estremamente positiva.
Immaginate la soddisfazione al momento della riuscita di un esercizio! Si andavano creando “… nuove dinamiche all’interno del gruppo ed era evidente l’interiorizzazione del lavoro fatto negli incontri precedenti: il riuscire in qualcosa è stato per loro fonte di auto incoraggiamento e di soddisfazione. Inoltre non bisogna dimenticare che, in una struttura come quella carceraria, dove non ci sono mai oggetti diversi da quelli che ti permettono di utilizzare, l’avere una così vasta gamma di giochi e di novità costituiva un elemento di rottura molto forte nella loro quotidianità.
Altro elemento di soddisfazione e di rivincita per loro è stato anche il riuscire a giocolare sotto gli occhi scioccati delle guardie: era evidente che quel gesto fosse per loro motivo di rivincita nei confronti dell’autorità”130.
È, del resto, insito nella giocoleria il concetto di instabilità organizzata, di poesia del movimento, di aleatorietà gratuita: tutto il contrario della estrema staticità del concetto stesso di vita carceraria.
Quando poi si è iniziato a lavorare con la clowneria, e, in quest’ambito, con la finta violenza (schiaffi, calci, cadute), dapprima si sono riscontrate difficoltà, a causa del “loro prendersi troppo sul serio e soprattutto la paura di perdere credibilità li faceva reagire anche in maniera violenta. La paura di essere colpiti sul serio li metteva sulla difensiva ed esteriorizzavano questa paura colpendo a loro volta. Ci sono volute molte ore di lavoro e anche parecchia fermezza per interrompere questo tipo di comportamenti.
Pian piano però si è notata una vera e propria svolta dovuta ad una sorta di competizione nata tra di loro. Vedendo che potevano riuscire a fare gli esercizi in maniera corretta hanno iniziato a confrontarsi ed a gareggiare a chi “cadeva meglio”, a chi “sembrava che prendesse davvero uno schiaffo”, a chi in definitiva recitava meglio. La competizione ha permesso di avere dei tempi di concentrazione molto più lunghi rispetto a quelli iniziali.
 
Inoltre si è potuto riscontrare come i ragazzi iniziassero a prendere gusto nel giocare. Dopo i primi laboratori dove non riuscivano a non essere aggressivi, la loro aggressività si è trasformata in gioco: è come se oggettivando e riconoscendo la loro violenza, riuscissero a rielaborarla in maniera completamente diversa.
In campo rieducativo si ha come scopo principale quello di fare esternare i sentimenti negativi che sono causa di disagio psichico e comportamentale.
 
Un progetto riuscito
Essere riusciti a far esternare un sentimento come quello della violenza in un gruppo di detenuti, è stato per noi un grande passo avanti e un grande successo.
In questo senso la clownerie e il teatro hanno rappresentato un momento di svolta molto importante: sono stati elementi di rottura rispetto alla realtà circostante così forte che hanno iniziato ad agire sui comportamenti dei ragazzi in maniera decisamente positiva.
Infine questo lavoro si concretizzò in uno spettacolo, preceduto da molte ore di lavoro dedicate alle prove. Pian piano tutti chiedevano di salire sul palco per apportare delle modifiche quando ritenevano opportuno farlo. Non solo poi si limitavano ad interpretare le performance che noi gli avevamo insegnato, ma iniziarono a inventarne di loro per cercare di creare una situazione comica ed ironica.
Le gags avevano al loro interno molti riferimenti alla loro vita da detenuti, ma funzionavano e facevano ridere, soprattutto loro ridevano. Avevano infatti compreso la forza del clown: il rompere ogni tipo di schema e di scardinare le convenzioni sociali.
La necessità di costruire scenografie e prepararsi i costumi rese il loro impegno totale, ben al di là delle ore di laboratorio. Fu il gruppo a volersi impegnare nel saggio finale, lo spettacolo, aperto al direttore, al magistrato di sorveglianza e ad un certo numero di altri detenuti. “Per loro era in gioco la credibilità e soprattutto l’opportunità di riproporre esperienze simili”.
Dopo un lavoro durato circa tre mesi, quella rigidità e quell’essere sempre rivolti verso se stessi vedendo l’altro come un nemico stavano sfumando.
Si può dire che i ragazzi si stavano trasformando in un gruppo di “attori”: discutevano sui modi di recitare una determinata parte, si davano dei consigli per riuscire meglio nella giocoleria o in qualche tecnica della clownerie, litigavano per l’assegnazione dei ruoli. La nostra posizione era a questo punto del percorso semplicemente di supporto perché ci sembrava importante renderli il più autonomi possibile nella creazione di quello che doveva essere un loro spettacolo e soprattutto un loro momento di confronto.
Lo stupore del magistrato e del direttore fu evidente più volte ci hanno confessato che non avrebbero mai creduto possibile un risultato simile. Certamente anche per loro questo cambiamento nei ragazzi è stato motivo di riflessione sul significato che deve avere la detenzione, ovvero che bisogna puntare su un metodo rieducativo che miri ad eliminare il forte disagio sociale e psicologico che troppo spesso costituisce il retroterra delle persone recluse nei nostri istituti di detenzione.
Ecco perché dopo poco tempo dalla sera dello spettacolo, siamo stati contattati per accompagnare il nostro gruppo di “attori” presso una casa di riposo di Modena. Il magistrato infatti aveva dato loro un permesso di uscita per portare lo spettacolo al di fuori del carcere, in un luogo dove loro si potessero sentire utili e protagonisti. Non dimenticherò mai infatti gli occhi dei detenuti, lucidi di commozione nel vedersi abbracciare e ringraziare dagli ospiti della casa protetta a spettacolo concluso131.
 
Altre prospettive
Questa esperienza spronò il gruppo romano dei Clown Dottori a proporre al Comune di Roma (che ha accettato e messo in bilancio i costi) un’ulteriore passo in avanti: un vero e proprio corso per Clown Dottori all’interno del carcere di Rebibbia, volto a quanti godono o godranno a breve di permessi di uscita dalla struttura. L’ipotesi di lavoro è: contribuire alla riabilitazione dei detenuti mediante l’opera del Clown Dottore negli ospedali pediatrici e con gli anziani.
Mentre scriviamo siamo in attesa del nulla osta del direttore del carcere.
Infine presso il carcere di Fuorni (Salerno) abbiamo tentato, nell’ambito di un’attività teatrale già in corso, un laboratorio di “Comicità è Salute” con tanto di parte teorica, proposta con ovvia semplicità. Abbiamo constatato come l’apprendimento dei rudimenti della gelotologia abbia alzato moltissime aspettative per il corso per Clown Dottore ed abbia in qualche modo contribuito alla riuscita delle attività teatrali pregresse.
 
Anche qui si aspettano sviluppi.
 
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